giovedì, novembre 16, 2006
lunedì, novembre 13, 2006
un bel cazzo di errorone
Questo post è dedicato a Vico Magistretti che il 19 settembre 2006 a Milano ci ha lasciato.
Sono passati un bel po' di anni da quando mi interesso d'arte/design/etc etc... ma se mi fanno la fatidica domanda: cos'è l'arte? al contrario di molti altri non so rispondere.
Sono ormai 2 mesi che per la testa mi frulla una strana sensazione, molto strana. ARTE ARTE ARTE ummmm contemporanea ummmmm... Si sà che il Futurismo ha predicato bene e razzolato male (arte è vita! arte è vita! ma poi le solite tecniche come la pittura o la scultura...va bè)poi arriva il DADA con le sue "nuove" tecniche come lo straniamento/ready made... etc... poi pian piano! poi sempre più veloce, si susseguono una infinità di movimenti! fino ad ora... ma il dubbio persiste!
POI MI/VI CHIEDO: L'ARTE FA VERAMENTE PARTE DELLA VITA? ci ho pensato molto e la risposta è NO! cazzo NO! (i futuristi bruciavano i musei e poi ora dove li trovi?)
Quà c'è proprio un bel cazzo di errorone! In un precedente post molto discusso si invocava una sorta di rivoluzione culturale... be cari miei, se continuiamo così.
Tra l'arte e la gente (tutti intendo) c'è prorio un bel distacco... e il baraccone dell'arte non credo proprio abbia interesse a ricucirlo!
Ma poi l'arte sembra sempre di più design, il design sempre di più arte... chiaro! l'unico modo/veicolo di riscatto dell'arte è IL DESIGN! Certo, finchè l'arte non avrà le palle di confrontarsi con la massa... pensatici cari artisti! CIAO
Sono passati un bel po' di anni da quando mi interesso d'arte/design/etc etc... ma se mi fanno la fatidica domanda: cos'è l'arte? al contrario di molti altri non so rispondere.
Sono ormai 2 mesi che per la testa mi frulla una strana sensazione, molto strana. ARTE ARTE ARTE ummmm contemporanea ummmmm... Si sà che il Futurismo ha predicato bene e razzolato male (arte è vita! arte è vita! ma poi le solite tecniche come la pittura o la scultura...va bè)poi arriva il DADA con le sue "nuove" tecniche come lo straniamento/ready made... etc... poi pian piano! poi sempre più veloce, si susseguono una infinità di movimenti! fino ad ora... ma il dubbio persiste!
POI MI/VI CHIEDO: L'ARTE FA VERAMENTE PARTE DELLA VITA? ci ho pensato molto e la risposta è NO! cazzo NO! (i futuristi bruciavano i musei e poi ora dove li trovi?)
Quà c'è proprio un bel cazzo di errorone! In un precedente post molto discusso si invocava una sorta di rivoluzione culturale... be cari miei, se continuiamo così.
Tra l'arte e la gente (tutti intendo) c'è prorio un bel distacco... e il baraccone dell'arte non credo proprio abbia interesse a ricucirlo!
Ma poi l'arte sembra sempre di più design, il design sempre di più arte... chiaro! l'unico modo/veicolo di riscatto dell'arte è IL DESIGN! Certo, finchè l'arte non avrà le palle di confrontarsi con la massa... pensatici cari artisti! CIAO
mercoledì, novembre 08, 2006
martedì, novembre 07, 2006
venerdì, novembre 03, 2006
mercoledì, ottobre 25, 2006
moto d'idee è ISIA

Dopo 2 giorni capisco. Capiamo tutti un pò meglio il senso...
Questo post è per chi c'era, per chi a visto e poi capito...
Vorremmo sapere i vostri commenti, le vostre opinioni! ma anche le critiche e le idee... ISIA faenza esiste.
Il post precedente è da intendere come omaggio a tutti coloro che hanno contribuito a creare questo evento! grazie burdeli
martedì, ottobre 24, 2006
mercoledì, ottobre 18, 2006
ISIA - motod'idee

ISIA faenza - MOSTRA DI PROGETTI
23/10/2006 ore 17.30
Loggia degli Infantini, FAENZA
seguirà aperitivo
Che cos'è il distretto culturale evoluto?
Il modello del distretto culturale evoluto si sta affermando come uno degli approcci più innovativi per lo sviluppo locale. Esiste oggi un'ampia casistica di esperienze internazionali, che mostrano come le dinamiche dell'economia dell'innovazione e della conoscenza richiedano forme nuove di integrazione tra cultura e territorio. Al tradizionale schema distrettuale monofiliera si sostituisce un modello di integrazione orizzontale tra operatori appartenenti a filiere diverse, attraverso il tessuto connettivo comune della cultura.
Esistono essenzialmente tre linee di sviluppo del distretto culturale evoluto:
- quello basato sull'attrazione di risorse e talento esterno, che riflette in parte la teorizzazione di Richard Florida;
- quello basato sulla creazione di competenze cognitive diffuse nella popolazione (capacitazione), che trae ispirazione dall'approccio dell'economista Amartya Sen;
- quello basato sul tema della riconversione creativa delle preesistenti strutture industriali, che fa riferimento all'approccio di Michael Porter.
La pianificazione strategica di un distretto culturale evoluto deriva dall'articolazione di questi canali di sviluppo a seconda delle caratteristiche e delle priorità di ciascun territorio fino a definire specifiche politiche di intervento e azioni funzionali allo sviluppo del sistema locale.
Faenza verso il distretto culturale evoluto
Obiettivi
La creazione di sinergie tra il settore produttivo, formativo e culturale e una pianificazione strategica basata sulla cultura come fattore determinante per lo sviluppo sono ciò a cui tende la città di Faenza per la realizzazione del distretto culturale evoluto.
Questo percorso strategico di lungo periodo prende avvio da un processo di collaborazione tra soggetti pubblici e soggetti privati e si basa sulla partecipazione dei cittadini per individuare possibili soluzioni e progetti da realizzare.
lunedì, ottobre 16, 2006
AUTOIDENTITA'
Suono il campanello, Amélie mi fa gentilmente accomodare nella camera da letto dei suoi genitori. Poco dopo mi raggiungono: Zadie, Chuck, Maurizio e Abdul.
E’ da ormai tre settimane che ci troviamo tutti i giovedì per cena e mai nessuno di noi è stato lì.
Amélie non ci ha spiegato molto, solo di aspettare la cena, di aspettare che ci venisse a chiamare, di aspettare lì. Se conosci Amélie sai che sta tramando qualcosa. I miei compagni di attesa non sono particolarmente loquaci, ci conosciamo da poco, sono gli “amici del giovedì”. Un profumo strano di cibo filtra da sotto la porta chiusa fino ad arrivare alle nostre narici. Ammazziamo il tempo particolarmente bene curiosando nell’intimità della sua famiglia, ricostruiamo vite intere da poche immagini. Senti la presenza di un luogo che conosci. Hai la sensazione di assistere ad un film già visto a cui sono state cambiate molte scene. Se non fosse così, quel luogo potrebbe appartenermi. Non è così.
Solitamente alla fine di queste cene me ne esco con la teoria che le nostre origini, le nostre diversità, le nostre etnie, le differenze viste negli altri, rafforzano in me la consapevolezza di una identità, di una appartenenza ad un sistema nazionale, caratteriale, comportamentale. Un tipo di relazione che non ho con nessuno in quella stanza. Diversi, ma accomunati da Amélie, da un suo piano. Lei ha sempre un piano.
Steso nel letto, alla sinistra del soprabito di Abdul , osservo la storia raccontata dalla “camera di accondiscendente prigionia” poi le storie che si muovono intorno a me, dotate di cuore e cervello.
La mia prima impressione spesso non sbaglia. I miei “amici del giovedì” non sono affatto amici, sono l’emblema stesso dei non-amici. Scelti accuratamente per non avere relazioni, per essere distanti ma simili. Tutti mangiano, ma quelle cene sembravano sempre più una messa in scena. Noi recitavamo un copione mai letto, suggerito, indotto. La padrona di casa parlava sempre molto poco. Sono ormai le 21, i profumi suggeriscono un’imminente entrata in scena. Le luci si stanno scaldando e con loro i protagonisti.
Mi diverto sempre molto nel cercare di indovinare la trama della serata… raramente/mai indovino perché, (confessione di Amélie:) neanche lei stessa può prevederla. Il suo scopo (capisco solo ora) è quello di proporre “il contorno”, creare i presupposti per… Un controllo subdolo ma stupendamente contemporaneo.
Perso nei pensieri non mi rendo conto di fissare Zadie, la quale sorride a me o per la musica di cui non mi ero accorto fino ad ora. Musica indecifrabile, fatta-apposta-per-non-essere-sentita, sottofondo… filodiffusione! Indizio prezioso. Mi sento un po’ meglio. Ho la sensazione di sentirmi più vicino ai non-amici. Il pensiero comune rivolto a quella musica priva di identità ci accomuna in qualche modo? Si.
Amélie ci ordina gentilmente di affluire in sala da pranzo. Ci siamo! è il mio momento.
Percorriamo ordinatamente il corridoio. La cena è già servita nei piatti, ho fame. Ogni posto è diverso per: sedia, tovaglia, bicchiere (anche per il liquido contenuto), piatto (anche per il cibo contenuto), forchetta, coltello, tovagliolo, tutto. Sussurro la soluzione dell’enigma nell’orecchio di Amélie e mi accingo a scegliere un posto.
Sei costretto a ragionare velocemente per decidere cosa è meglio per te. Il fattore che reputo più importante è naturalmente il cibo e la bevanda, per altri non è così. Esiste il fattore tempo/spazio. Vedo un piatto di canederli e mi ci siedo di fronte.
Non sono razionale, non credo di esserlo, il tempo lo è. Mi rendo conto che, con il mio set di posate composto da mini-grattugia e forchetta di plastica con un solo dente, sarà difficile gustare il piatto fumante. Le scelte sono state fatte. La padrona si siede nell’ultimo posto disponibile: “Buon Appetito” non parlerà più. Zadie e Abdul concludono qualche scambio lo stesso fanno Chuck e Maurizio. Io aspetto, aspetto, guardo e mi rendo conto che nessun scambio di piatti, sedie, posate o tovaglioli porta ad un significativo miglioramento pratico. Capisco presto che Maurizio non è interessato all’utilità, ma alla concettualità. Io decido di non stare al gioco, quel che mi è capitato me lo tengo.
La sedia è molto comoda, ma troppo bassa. Chi ha scambiato qualcosa ne approfitta per avviare brevi conversazioni. Non ne capisco il motivo (anzi lo capisco), parlano di origini, di nazioni, di tradizioni, etc etc. Io non sono mai stato troppo bravo con le parole, ma capisco le persone, e in quel caso il dialogo era superficiale come questo formaggio. Tutti radicati, sradicati e ri-radicati, ri-sradicati per piantare radici ben diverse dalle prime, ed è facile capirlo. Si parla di religione come di tennis, di appartenenza come di noccioline… si! non c’è appartenenza ad un luogo! Ma perché tutti mi fissano, forse non l’ho solo pensato. Quel sussurro è stato udito, la conversazione era terminata già da tempo ed io avevo ragione. Il vuoto finisce prima.
Ma allora la diversità crea rigetto, unione/similitudine/raffronto, poi indifferenza? Forse odio? Mentre pensavo qualcuno deve aver alzato la voce. Siamo alle solite, ma questa volta non farò come Amélie, aggiungerò un elemento ordinante.
Mi alzo in piedi con il beccherie di brandy in mano. Non pensavo fosse così difficile mantenere l’equilibrio su una sedia così eccessivamente imbottita.
Apro il sipario ed inizio con lucidità e pazienza a descrivere il mio carattere, mi sorprendo di quanto possa essere esaustivo. Il monologo dura una dozzina di minuti, sentivo sulla pelle sguardi dubbiosi. Il primo passo verso la rinascita è stato fatto, ora siamo solo 5 esseri. Solo noi.
Questo racconto è da considerarsi come un metalogo.
E’ da ormai tre settimane che ci troviamo tutti i giovedì per cena e mai nessuno di noi è stato lì.
Amélie non ci ha spiegato molto, solo di aspettare la cena, di aspettare che ci venisse a chiamare, di aspettare lì. Se conosci Amélie sai che sta tramando qualcosa. I miei compagni di attesa non sono particolarmente loquaci, ci conosciamo da poco, sono gli “amici del giovedì”. Un profumo strano di cibo filtra da sotto la porta chiusa fino ad arrivare alle nostre narici. Ammazziamo il tempo particolarmente bene curiosando nell’intimità della sua famiglia, ricostruiamo vite intere da poche immagini. Senti la presenza di un luogo che conosci. Hai la sensazione di assistere ad un film già visto a cui sono state cambiate molte scene. Se non fosse così, quel luogo potrebbe appartenermi. Non è così.
Solitamente alla fine di queste cene me ne esco con la teoria che le nostre origini, le nostre diversità, le nostre etnie, le differenze viste negli altri, rafforzano in me la consapevolezza di una identità, di una appartenenza ad un sistema nazionale, caratteriale, comportamentale. Un tipo di relazione che non ho con nessuno in quella stanza. Diversi, ma accomunati da Amélie, da un suo piano. Lei ha sempre un piano.
Steso nel letto, alla sinistra del soprabito di Abdul , osservo la storia raccontata dalla “camera di accondiscendente prigionia” poi le storie che si muovono intorno a me, dotate di cuore e cervello.
La mia prima impressione spesso non sbaglia. I miei “amici del giovedì” non sono affatto amici, sono l’emblema stesso dei non-amici. Scelti accuratamente per non avere relazioni, per essere distanti ma simili. Tutti mangiano, ma quelle cene sembravano sempre più una messa in scena. Noi recitavamo un copione mai letto, suggerito, indotto. La padrona di casa parlava sempre molto poco. Sono ormai le 21, i profumi suggeriscono un’imminente entrata in scena. Le luci si stanno scaldando e con loro i protagonisti.
Mi diverto sempre molto nel cercare di indovinare la trama della serata… raramente/mai indovino perché, (confessione di Amélie:) neanche lei stessa può prevederla. Il suo scopo (capisco solo ora) è quello di proporre “il contorno”, creare i presupposti per… Un controllo subdolo ma stupendamente contemporaneo.
Perso nei pensieri non mi rendo conto di fissare Zadie, la quale sorride a me o per la musica di cui non mi ero accorto fino ad ora. Musica indecifrabile, fatta-apposta-per-non-essere-sentita, sottofondo… filodiffusione! Indizio prezioso. Mi sento un po’ meglio. Ho la sensazione di sentirmi più vicino ai non-amici. Il pensiero comune rivolto a quella musica priva di identità ci accomuna in qualche modo? Si.
Amélie ci ordina gentilmente di affluire in sala da pranzo. Ci siamo! è il mio momento.
Percorriamo ordinatamente il corridoio. La cena è già servita nei piatti, ho fame. Ogni posto è diverso per: sedia, tovaglia, bicchiere (anche per il liquido contenuto), piatto (anche per il cibo contenuto), forchetta, coltello, tovagliolo, tutto. Sussurro la soluzione dell’enigma nell’orecchio di Amélie e mi accingo a scegliere un posto.
Sei costretto a ragionare velocemente per decidere cosa è meglio per te. Il fattore che reputo più importante è naturalmente il cibo e la bevanda, per altri non è così. Esiste il fattore tempo/spazio. Vedo un piatto di canederli e mi ci siedo di fronte.
Non sono razionale, non credo di esserlo, il tempo lo è. Mi rendo conto che, con il mio set di posate composto da mini-grattugia e forchetta di plastica con un solo dente, sarà difficile gustare il piatto fumante. Le scelte sono state fatte. La padrona si siede nell’ultimo posto disponibile: “Buon Appetito” non parlerà più. Zadie e Abdul concludono qualche scambio lo stesso fanno Chuck e Maurizio. Io aspetto, aspetto, guardo e mi rendo conto che nessun scambio di piatti, sedie, posate o tovaglioli porta ad un significativo miglioramento pratico. Capisco presto che Maurizio non è interessato all’utilità, ma alla concettualità. Io decido di non stare al gioco, quel che mi è capitato me lo tengo.
La sedia è molto comoda, ma troppo bassa. Chi ha scambiato qualcosa ne approfitta per avviare brevi conversazioni. Non ne capisco il motivo (anzi lo capisco), parlano di origini, di nazioni, di tradizioni, etc etc. Io non sono mai stato troppo bravo con le parole, ma capisco le persone, e in quel caso il dialogo era superficiale come questo formaggio. Tutti radicati, sradicati e ri-radicati, ri-sradicati per piantare radici ben diverse dalle prime, ed è facile capirlo. Si parla di religione come di tennis, di appartenenza come di noccioline… si! non c’è appartenenza ad un luogo! Ma perché tutti mi fissano, forse non l’ho solo pensato. Quel sussurro è stato udito, la conversazione era terminata già da tempo ed io avevo ragione. Il vuoto finisce prima.
Ma allora la diversità crea rigetto, unione/similitudine/raffronto, poi indifferenza? Forse odio? Mentre pensavo qualcuno deve aver alzato la voce. Siamo alle solite, ma questa volta non farò come Amélie, aggiungerò un elemento ordinante.
Mi alzo in piedi con il beccherie di brandy in mano. Non pensavo fosse così difficile mantenere l’equilibrio su una sedia così eccessivamente imbottita.
Apro il sipario ed inizio con lucidità e pazienza a descrivere il mio carattere, mi sorprendo di quanto possa essere esaustivo. Il monologo dura una dozzina di minuti, sentivo sulla pelle sguardi dubbiosi. Il primo passo verso la rinascita è stato fatto, ora siamo solo 5 esseri. Solo noi.
Questo racconto è da considerarsi come un metalogo.
lunedì, settembre 04, 2006
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