sabato, febbraio 10, 2007

ARTE FIERA '07


ALLA RICERCA DEL DESIGN:

gabbia per uccelli

tappeto

passamano

contenitore

luce

calzature

coppia di poltroncine

amici

giovedì, febbraio 08, 2007

PECCATI DI ORIGINALITA'
è una mostra che parla di 25 anni
di progetti in materiale ceramico
dell'ISIA di Faenza

Presso: MIC museo int. ceramiche in Faenza
La mostra continua fino al 25 febbraio.

VIVAMENTE CONSIGLIATA!

martedì, febbraio 06, 2007

AUTOIDENTITA' - CAP. 3 - Barcellona

Barcellona
sette giorni e sette notti.

Il (non)luogo della partenza non si guarda, si saluta.
Non ha importanza e non lascia ricordi.
Corpo e mente sono all’arrivo.

Sfoglio una guida della National Geographic e le prime “.img” mi consumano la vista, altre già ne creo. Le immagini del viaggio sono foto da cui rimango sempre molto affascinato. Queste rappresentazioni della realtà vivono un sorta di nontema, metafore “emozional-visive” dello stato di inerzia mentale tipica dello spostamento. Il nonluogo ne è protagonista e sfondo; sposta l’attenzione verso l’uomo, verso la solitudine e infine verso l’autoidentità.

“…Il viaggio diventerà presto analogo ad una verifica: per non deludere, la realtà dovrà assomigliare alla sua immagine.” Marc Augé

Nuove relazioni però si creano dalle ceneri delle precedenti e anche in questo caso non valgono le leggi della addizione. Queste foto faranno poi spettacolo, verranno proiettate rafforzando nell’atto della convivialità la sensazione di attesa, di sospensione e di speranza di cui si fanno portatrici. Immagini intro/outro. In parallelismo le stesse proprietà che M. Augé conferisce ai cantieri e alle rovine.

“…I cantieri, eventualmente a costo di un’illusione, sono spazi poetici nel senso etimologico della parola: vi si può fare qualcosa; la loro incompiutezza contiene una promessa.” Marc Augé

Dal caos dalla incompiutezza qualcosa emergerà, si accosterà fino a raggiungere un senso.


ANDATA:
Casa - stazione di Faenza (mezzo automobile)
stazione di Faenza – stazione di Mestre (mezzo treno)
stazione di Mestre – aeroporto di Venezia (mezzo bus)
aeroporto di Venezia – aeroporto di Barcellona (mezzo aeroplano)
aeroporto di Barcellona – Barcellona (piazza Università) (mezzo bus)


RITORNO:
Barcellona (piazza Catologna) – aeroporto di Barcellona (mezzo bus)
aeroporto di Barcellona – aeroporto di Venezia (mezzo aeroplano)
aeroporto di Venezia – stazione di Mestre (mezzo bus)
stazione di Mestre – stazione di Ferrara (mezzo treno)
stazione di Ferrara – stazione di Ravenna (mezzo bus)
stazione di Ravenna – Casa (mezzo automobile)

In precedenza l’elenco degli spostamenti fatti per andare e tornare da Barcellona città.
Da Wikipedia: Barcellona (in castigliano e catalano Barcelona) è il capoluogo della Catalogna, una regione autonoma del nord-est della Spagna, oltre che capoluogo dell'omonima provincia e della comarca d'El Barcelonès. Con una popolazione di 1.593.075 abitanti in città e 5.082.126 nell' area metropolitana, Barcellona è la seconda città di Spagna per numero di abitanti. Nel 1992 Barcellona fu sede dei Giochi Olimpici estivi. Nel 2004 ha ospitato un evento internazionale, il Forum universale delle Culture. È situata al margine del mar Mediterraneo, a circa 160 km a sud dalla catena montuosa dei Pirenei e 180 dal col du Perthus, che segna il confine con la Francia, in una pianura situata tra il mare e la suddetta catena montuosa, tra le foci dei fiumi Besòs e Llobregat. Il comune è delimitato a nord dai comuni di Santa Coloma de Gramenet e Sant Adrià de Besòs, a ovest da Montcada i Reixac e da Sant Cugat del Vallès, a sud dalla zona franca con L'Hospitalet e Esplugues de Llobregat, mentre a est rimane solo il mare. I rilievi della città possono venire divisi in tre sezioni distinte: i monti della Collserola, con il Tibidabo come maggiore cima (512 m) a dominare la città con il suo parco dei divertimenti; la pianura; il delta del Besòs e del Llobregat perpendicolari alla costa. Altre vette minori emergono dalla piana litoranea, la più conosciuta delle quali è il Montjuïc (173 m), vecchio sito olimpico nei pressi del porto. Il sindaco attuale è Joan Clos.

Il viaggio di andata è stato rapido ed “indolore”, le coincidenze hanno funzionato alla perfezione. Arriveremo davanti all’appartamento (quartiere Il Raval) ben 2 ore prima del previsto. Il tempo in questi casi passa sempre lentamente e tutto ciò che ti circonda non è predisposto alla distrazione, non è interessante. Presto l’attenzione si sposta versò le soggettività (individualità umane). Spesso mi diletto nell’osservare quanto l’uomo sia in grado di comunicare attraverso solo il suo esistere (comunicazione paraverbale). Costruisco storie partendo da poco: espressioni, abbigliamento, parole rubate, etc etc sono indizi validi per la mia fantasia. Mi piace pensare di aver indovinato. Nessuno di noi si è dimenticato di portare con se i soliti aneddoti alla noia. Libro, giornale, lettore CD ed I-Pod ci danno quel minimo calore in cui presto ci rifugiamo. La mente è ora libera di vagare in universi creati per noi dallo scrittore o dalla musica, è al sicuro.
È chiaro che il viaggio non si vive ma si subisce.
Il fatto di essere in gruppo aiuta molto, si acquisisce la capacità di creare interstizi (luoghi dentro a nonluoghi) che chiameremo “mentali” o “narrativi”. La conversazione e il confronto danno identità al gruppo, il quale se ne alimenta fino a diventare un qualcosa di paradossalmente autonomo. In gruppo non si è autoidentitari ma pluriidentitari. Si capisce quindi che l’autoidentità come il nonluogo è una condizione ideale e pura quindi mai totalmente raggiungibile. Ci siamo! È ora di scendere siamo alla stazione di Mestre.
Una brevissima attesa e saliamo sul Bus, dopo circa trenta minuti siamo all’aeroporto.
Appesantito dalle valige guardo l’architettura… niente male, direi un po’ Zen.

Scrivono di questo progetto: 10/07/2002 – Inaugurato il nuovo aeroporto di Venezia. La struttura, a 14 anni dal primo progetto firmato dall’architetto Giampaolo Mar, ha aperto i battenti sabato scorso. Studiata per accogliere 6,5 milioni di passeggeri, anche se ne può accogliere almeno un paio di milioni in più, è costata 110 milioni di euro. L’esterno è costituito da mattoni rossi e coperture in rame preossidato, mentre all’interno, una balconata si affaccia attraverso una vetrata sulla laguna e un ampio panorama. Sessanta sono i banchi di accettazione, tre chilometri i nastri per lo smistamento dei bagagli, il sistema di sorveglianza è digitale. Una metropolitana regionale collegherà il territorio alla nuova struttura dell’aeroporto Marco Polo. Il progetto di allargamento dell'aeroporto Marco Polo nasce dall'esigenza di fornire alla città lagunare una struttura in grado di assorbire il flusso turistico che fa di questo aeroporto il 3° scalo italiano, con previsione di crescita costante nei prossimi anni. Il progetto architettonico, si stacca completamente dall'idea dell'aeroporto come luogo asettico e fortemente high tech e si ispira invece alla tipologia edilizia dei magazzini fluviali dell'area veneziana (per sottolineare il rapporto che lega questo edificio e la città al mare l'architetto ha realizzato nell'area antistante l'edificio una copertura ad onda). Lo sforzo creativo si è espresso nella cura dei dettagli, nella scelta di materiali di grande pregio per le finiture e nelle ampie pareti vetrate che offrono al viaggiatore una splendida visione della città immersa nella laguna. L'aeroporto Marco Polo si configura come il primo grande progetto realizzato in Italia con il laminato preinverdito TECU®-Patina che trova qui un'applicazione senza precedenti, con una fornitura di circa 20.000 mq. La scelta di questo prodotto risponde alla volontà del progettista di caratterizzare l'edificio con un segno molto forte (le coperture a falda, una copertura ad "onda" della zona di carico/scarico delle merci e il rivestimento delle passerelle di collegamento ai "finger") riprendendo così la colorazione dei molti tetti in rame presenti a Venezia e il colore dell'acqua della laguna che circonda l'aeroporto e l'intera città.

Scopro solo ora che in questo aeroporto sarà realizzato un nuovo terminal che costituirà una porta d’acqua verso la città, una struttura per collegare via mare la zona dell’aeroporto e la terraferma con la città di Venezia. Architetto: Frank O. Gehry. Nonluogo ibrido. Architettura di “pelle”. Architetture che affrontano il tema cercando identità nella storia o nei simboli della città di Venezia. Soluzione o confusione?
Inizia la procedura al check-in. L’aspetto è quello di un rito. Prima in fila indiana, poi codice del volo, carta di identità, pesatura ed etichettatura del bagaglio infine rilascio della carta di imbarco.

“…Poiché i riti assumono, metaforicamente o meno, la forma di un viaggio, non vi è da stupirsi se il viaggio, a sua volta, ha sempre qualcosa di un rito.” Marc Augé

Un’oretta e ci si trasferisce nel gate (zona imbarco), ma prima: controllo bagaglio a mano, identità e carta di imbarco. Niente di nuovo.
Finalmente nella zona franca! Le poltroncine di pelle sono particolarmente comode, ma non resisto alla tentazione di farmi un giretto. È incredibile, quasi miracoloso, come si abbia la sensazione di vivere in una utopia democratica in cui ogni individuo viene privato di una propria etnia (nel senso classico). Qui, appariamo tutti diversi/unici grazie proprio al riconoscimento di noi stessi, della nostra identità. Identità “classica” o altro sociale che pare però sbriciolarsi/fondersi subito dopo la sua richiesta. Ancora una volta, e in questo nonluogo più chiaramente che mai, l’uomo appare in una sorta di purezza che ho denominato autoidentità. No! Non più no-identità e no-relazioni, ma nuove potenziali identità e nuove potenziali relazioni.
Il problema è ora più chiaro, le potenzialità per un nuovo livello di relazioni interpersonali esistono, ma vengono in un certo senso annullate dalla imperatività del nonluogo. Libertà e democrazia mentale vs. comandi e percorsi obbligati. Questo è il problema.
A conferma delle mie ipotesi arriva la segnalazione: è ora di imbarcarsi! Ancora carta di identità e carta di imbarco. Un breve tragitto a piedi e veniamo accolti dalle hostess all’interno dell’aereo. Guardiamo nel biglietto il codice che rappresenta la nostra poltrona, riponiamo il bagaglio a mano nel ripiano apposito e sediamo ordinatamente. Dittatura.
Le solite procedure e in un’ora atterriamo all’aeroporto di Barcellona (BCN). Architetto: Ricardo Bofill (si è occupato anche della ristrutturazione della stazione di Bologna). In quota ci vengono proposte: letture, alcolici, film e cuffie. La mia idea non cambia. Un bus ci porta nella zona dove aspettare le valige. Aspettiamo e prendiamo le valige. Ci viene indicato dove aspettare il bus per Barcellona città (direzione piazza Catalogna). Aspettiamo, facciamo il biglietto, partiamo. Usciamo a piazza Università. Un breve tragitto a piedi e siamo all’appartamento. La mia idea non cambia.
Sette notte e sette giorni e si riparte verso casa.
L’ aero-bus collega piazza Catalogna all’aeroporto. Per eccesso di zelo arriviamo ben 3 ore e mezzo prima del volo. Inizia l’attesa.
Aspettare significa essere rivolti con l’animo e con la mente a persona o cosa che deve arrivare o che deve accadere. Definizione in un certo senso compatibile con l’idea di viaggio o meglio di spostamento fisico. Quindi, se aspettare impegna totalmente il tuo corpo è possibile estraniare questa sensazione? Forse con i cosiddetti “aneddoti alla noia” (libro, I-pod, etc etc).
Sicuramente lo stato d’animo dell’attesa si presenta con una accezione negativa, ma credo che favorisca il viaggio (come inteso da Michael Crosbie nella rivista Progressive Architecture: “si va al Mall of America con la stessa religiosa devozione con cui i Cattolici vanno in Vaticano, i Musulmani alla Mecca, i giocatori di azzardo a Las Vegas, i bambini a Disneyland”).

Il check-in si presenta come al solito, tutto sarà simile ma diverso (Déjà Vu).
Siamo seduti in aereo quando ci viene comunicato in lingua inglese un problema di natura elettronica, la richiesta di un ingegnere. Finalmente si respira un’aria di realtà, che diventa preoccupazione. Un piccolo imprevisto e la teca di cristallo costruita in torno a noi crepa lentamente, l’aria vera entra. Una mezzora dopo ci viene comunicato che il sistema è stato resettato, il problema è risolto. Il vero e proprio decollo tarderà di circa un’ora. Le coincidenze, il percorso pre-ordinato non esiste più, aspettiamo il nostro turno.
La coincidenza con il treno che avrebbe dovuto portarci a Bologna ormai è andata. Unica alternativa è prendere l’ultimo per Ravenna.
Sto scrivendo percò siamo atterrati senza ulteriori problemi all’aeroporto di Venezia. Ritiro bagagli, biglietti e siamo pronti ad aspettare il bus per la stazione di Mestre. Lo prendiamo.
Sembra essersi rotto qualche equilibrio, il percorso và ripensato/riorganizzato. Approfittiamo della lunga attesa per il treno (direzione Ravenna) per fare i biglietti e cenare con un panino.
È ora! Ci rechiamo al binario, ma prima di salire chiediamo conferma: “ferma a Ravenna?”. Bene, ci viene comunicato dal capo treno che la stazione di Ravenna è chiusa per lavori, forse un bus ci porterà comunque lì, dobbiamo scendere a Ferrara.
Sediamo in un posto che scopriamo solo dopo essere passibile da prenotazione. L’animo è diverso, alla seconda disavventura in tutti noi aleggia un nuovo spirito, il viaggio. In un nonluogo una catastrofe può dare identità, in uno spostamento una disavventura può dare il viaggio. Lo stato di attesa è svanito. A Ferrara un bus ci porterà a Ravenna, poi in auto fino a casa, forse.

“…L’ideale della comunicazione è l’istantaneità, mentre il viaggiatore se la prende comoda, coniuga i tempi, spera, si ricorda.” Marc Augé

“…Il turismo come ricerca di senso, dunque, con le estroversioni ludiche che incoraggia e le immagini che genera, è un meccanismo di comprensione graduale, codificata e non traumatica dell’esterno e dell’alterità.” Rachid Amirou

Il turismo genera spostamenti e non viaggi. E se il turismo è metafora di una scenario, il viaggio è la scrittura. Il nostro viaggio di ritorno verrà raccontato, diventerà narrazione, storia. Il viaggio è quindi un percorso prima reale poi della narrazione del tutto simile alla scrittura.
Questo stato spinge il viaggiatore (come lo scrittore) a cercare di incontrare o costruire se stesso e la propria autoidentità con ricordi, immagini, testimonianze o alterità.

“…Mi sveglia verso mezzogiorno, al rombo sordo dell’aria condizionata; il dolore alla testa era leggermente diminuito. Sdraiato sul letto king-size riflettei sulla struttura del circuito e sui suoi meccanismi. Il gruppo fin lì informe avrebbe finito per trasformarsi in vibrante comunità; già da quel pomeriggio avrei dovuto scegliermi un posizionamento, cominciando con la selezione dei pantaloncini per la passeggiata sui klongs.” Michel Houllebecq in “Piattaforma” capitolo 5.

Grazie per l'immensa attenzione.
Andrea Magnani - "AUTOIDENTITA'"

martedì, gennaio 23, 2007

AUTOIDENTITA' - CAP. 2 - A14 vs. SS9


A14 vs. SS9
F. mi telefona: “Raggiungimi subito!”. Mi vesto velocemente, salto in macchina, e parto. L’autostrada mi consentirà di arrivare prima.
Per prendere l’autostrada a Faenza devi passare attraverso la così detta “zona industriale”. Ovviamente ho fretta, ma una lunga fila di autorimorchi che mi precede non è dello stesso parere. Questa zona non mi piace, la mia città come molte altre sta sviluppando una sorta di quartiere esterno “cuscinetto” tra autostrada e città. Potete trovarci: grossi centri commerciali, grosse catene di elettrodomestici, grosse multisale cinematografiche, grosse fabbriche, grossi edifici/uffici, grosse mense, grosse catene alberghiere, grosse cose. Un insieme di posti in cui un disorientato viaggiatore si identifica, riconosce! Quindi una sorta di zona franca, una camera di inquietante decompressione tra il non e il luogo.
Tutto ciò mi porta fino al casello. Mi viene indicata la corsia dove ritirare il biglietto di ingresso, come estrarlo, la direzione è Ancona. Il ticket nasconde le informazioni in un a banda magnetica.
Mi immetto in una strada a tre corsie e la mia velocità cresce progressivamente fino ai 130 km/h.
In pochi minuti sono all’uscita di Cesena, esco, pago. Non ho visto niente, nella testa la colpa è della fretta. Qualche ora e si tornerà a casa.
Il tempo in questo caso è passato velocemente, ne avanzo abbastanza. Per il viaggio di ritorno la strada è la famosa via Emilia (arteria stradale di origine romana) o che dir si voglia SS9.
Da Wikipedia: La via Emilia è una strada romana fatta costruire dal console Marco Emilio Lepido per collegare in linea retta Rimini con Piacenza. Oggi è classificata come strada statale con la denominazione SS 9 ed il termine del percorso a Milano. L'arteria venne costruita tra il 189 e il 187 a.C.. In quel periodo la colonia di Placentia era circondata da Galli Boi che, nonostante fossero stati sconfitti, non avevano voluto firmare la pace con Roma. Il pericolo di rivolte era quindi reale. Roma decise allora di realizzare una strada militare fino a Placentia per far spostare velocemente l'esercito allo scopo di reprimere eventuali rivolte boiche. Alcuni decenni dopo la via Emilia venne prolungata da Piacenza a Milano.Le maggiori città attraversate, di fondazione romana o rifondate dai romani, sono: Cesena (Caesena), Forlimpopoli (Forum Popili), Forlì (Forum Livii), Faenza (Faventia), Imola (Forum Cornelii), (Claterna, scomparsa nel VI sec. DC a seguito della guerra Greco-gotica), Bologna (Bononia), Modena (Mutina), Reggio Emilia (Regium Lepidi), Parma, Fidenza (Fidentia), e Piacenza (Placentia). La via Emilia romana passava inoltre per l'importante città di Laus Pompeia, oggi Lodi Vecchio (circa cinque chilometri a ovest rispetto all'attuale città di Lodi).La via Emilia collegava due importanti strade romane: la via Flaminia, strada consolare che partiva dalla Roma e terminava proprio a Rimini, colonia fondata nel 268 a.C.; e la via Postumia, che da Piacenza giungeva ad Aquileia, ultimo centro importante del Veneto prima dei confini della provincia italica, cioè la penisola italiana, sottoposta direttamente al potere romano.La via Emilia è ancora oggi l'arteria fondamentale dell'Emilia-Romagna, regione a cui ha dato il nome. Parallelamente al suo tracciato sono state costruite l'Autostrada del Sole e le ferrovie Milano - Bologna e la Direttrice adriatica che parte da Bologna, per poi entrare in Romagna e attraversarla fino a Rimini.
Il confronto con l’A14 è inevitabile. Punto primo la velocità. È facile intuire che l’andamento in una strada statale è inferiore, l’occhio non più concentrato ha il permesso di vagare. Accelerazione vs. Visione, come in una proporzione inversa in cui all’aumentare della velocità diminuisce la visione. Il ritmo della percezione è rallentato e allo stesso tempo stimolato dai segni del tempo.
Un nonluogo come la via Emilia si è progressivamente/paradossalmente guadagnato una identità diventando un nucleo attrattore di culture e persone. L’utopia di una città-strada, qui è quasi reale. Un unico e compatto nucleo di abitazioni nate ai bordi della SS9 unisce le città; Imola a Faenza, Faenza a Forlì, Forlì a Cesena, etc. etc. Il processo del tempo, i flussi migratori e l’uomo hanno creato la sensazione di non lasciare mai la città-strada, di spostarsi in un luogo unico e non più di passare da luogo a nonluogo!
Esempio principe di questa condizione è quello della stazione di Bologna. Questa; grazie ad un evento che possiamo chiamare generatore come il famoso attentato esplosivo, ha improvvisamente acquistato una storia, delle relazioni, delle emozioni… da macchina a essere.

“…solo una catastrofe, oggi, è in grado di produrre effetti paragonabili alla lenta azione del tempo. Paragonabili ma non simili.” Marc Augé
Da Wikipedia: La strage di Bologna è stato uno degli atti terroristici più gravi che abbiano insanguinato l'Italia nel secondo dopoguerra. Sabato 2 agosto del 1980, alle ore 10.25, esplose alla stazione ferroviaria di Bologna un ordigno a tempo contenuto in una valigia abbandonata nella sala d'aspetto. L'esplosione uccise ottantacinque persone, ferendone oltre duecento, e fu per la città di Bologna e per l'Italia intera una pietra miliare della coscienza collettiva del paese, che prendeva atto di una recrudescenza del terrorismo. La detonazione (prodotta da una miscela di tritolo e T4) si udì nel raggio di molti chilometri e distrusse gran parte della stazione investendo in pieno il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario. In quel giorno di piena estate la stazione era affollata di turisti e persone in partenza o di ritorno dalle vacanze. La città - incredula ed impreparata per una simile evenienza - reagì con orgoglio e prontezza: non essendo sufficienti le ambulanze per trasportare i feriti agli ospedali cittadini, vennero impiegati anche autobus e taxi.
Processo violento ed improvviso, opposto ma simile a quello della via Emilia. Indubbiamente valore aggiunto!
Interstizio disciplinare o eccezione alla regola che potrebbe rappresentare uno sguardo sul futuro? Può l’umanità con il suo passaggio non creare identità? Non creare relazioni? Credo di no.
Ma allora è possibile grazie all’architettura, il design e/o le interfacce creare i presupposti per una umanizzazione (o “de-nonluoghizzazione”) dei nonluoghi? Credo di sì.
Entrando e uscendo da Forlì mi rendo conto dell’utilizzo delle rotatorie proprio in quelle zone che ho definito “cuscinetto”. La rotonda è contemporanea, è surmoderna, il semaforo non più! Si passa velocemente senza l’obbligo di fermarsi, hai delle possibilità.
Tangenziali o circonvallazioni nascono ai bordi della città per consentirti un passaggio più veloce. Il tempo prima di tutto come valore assoluto.
Ma non è finita; arriverà la qualità, la bellezza, la sensibilità e come sempre la funzione troverà un compromesso con l’uomo.

venerdì, gennaio 12, 2007

AUTOIDENTITA' - CAP. 1 - Passeggiata in stazione


Qui non c’è storia, non c’è il segno della vita. Qui i muri possono vederti, possono sentirti.
Le calde e lunghe mattine estive sono il periodo migliore per passeggiare. Ci sono molti posti in cui non sono stato ed altri in cui sono stato più volte. Vado in un posto per vederlo. Vado in un posto per vedere le persone che lo popolano. Vado in un posto per fare. Ma spesso vado in un posto solo per andarmene. La taglio corta, l’idea consisteva nel fare un giretto in stazione per stare, per vedere. Lo sforzo era di avere un approccio diverso al nonluogo, lo stesso approccio che avrei per un museo o per una piazza.
La stazione scelta è quella di Faenza (RA), la mia città natale. Il mezzo che mi porta alla meta è l’automobile. Il parcheggio in quella zona è sempre difficoltoso.
Dopo un breve tragitto in auto, un medio/breve tragitto a piedi capisco che mi sto avvicinando ad un nonluogo. Numerose persone con bagagli, numerosi senegalesi, giovani viaggiatori, tassisti e polizia sono indizi ben chiari.
Mi avvicino all’entrata con la sensazione di fare qualcosa di sbagliato di sovversivo, non so, come andare al ristorante solo per sedere. Da bravo “turista” sono armato di macchina fotografica digitale e curiosità. Certo! In quel posto sono già stato, ma ora è tutto diverso, il mio sguardo è diverso, il motivo lo è.
Un strana ed incredibile sensazione di imbarazzo mi coglie nel momento in cui, camminando sulle strisce pedonali, decido di estrarre la macchina fotografica dalla custodia.
La fotografia (o una sua strana ed irreale rappresentazione su video) mi da un potere che sento inadeguato al nonluogo. Come se dovessi fotografare di nascosto uno sconosciuto, come se fosse vietato. Identità che non ci è concesso vedere/violare. Ora so di poter congelare piccole porzioni di tempo e realtà.
L’architettura di derivazione fascista è quella “standard” di molte altre stazioni in Romagna, nella facciata una scritta blu, affiancata al logo delle ferrovie dello stato, ci ricorda dove siamo. In fondo alla strada, di fronte alla palazzina troviamo un rotonda, punto di ritorno obbligato, punto di partenza obbligato. L’indicazione stradale è chiara, qui non è concesso, non è previsto stare, solo aspettare il momento giusto per andare. Muoversi!
Un secondo prima di entrare vedo arrivare un piccolo bus, lo schermo sopra il lunotto anteriore indica la direzione (via Orto Bertoni), si ferma per qualche secondo, le porte aprendosi ti invitano a salire, questo è il suo linguaggio. Con non poco imbarazzo immortalo il tutto, sponsor ed indicazioni per disabili comprese. Su questi mezzi si ha la sensazione che su ogni cosa ci sia apposto il suo nome, sottotitoli della realtà, modelli di comportamento.
L’offerta di trasporti offre anche un servizio taxi. Si intuisce subito dalla insegna luminosa e dalla vista di un gruppetto di tre persone sedute su sedie sdraio, armate di quotidiani e camice floreali di cattivo gusto.
Non guardo le indicazioni, ma la gente. Mi rendo conto dagli sguardi di avere un comportamento sospetto, ricordo di aver pensato che qualcuno potesse aver pensato che fossi stato li per studiare il luogo in vista di un attentato o di una rapina. Ero a disagio.
Mi faccio vedere dalla fotocellula, la porta si apre, sono dentro. Vengo accolto da due schermi (partenze e arrivi) i quali hanno preciso scopo di indirizzarmi verso un binario, verso un’altra stazione. Due biglietterie su quattro sono aperte e ben segnalate, ma oggi tutto ciò non mi interessa.
Incuriosito dai media portatori di informazioni mi dedico ad una breve ricerca. Biglietterie automatiche con cui dialogare, orologi, segnaletica orizzontale, cartelli informativi, video sorveglianza, altoparlanti da ascoltare, tabelle con orari dei treni, telefoni pubblici, telefoni di servizio. Oggetti comunicanti.
Ma allora il nonluogo diventa tale grazie ad una sua capacità di dialogo? È ovvio pensare alla stazione come ad una creatura architettonica fornita di sensi umani? E che tipo di contatti sono? Che relazioni si creano?
Una interfaccia architettonica si pone tra uomo e servizio, instaura un dialogo freddo e a senso unico, una relazione fatta di comandi ed imperativi che devono essere rispettati, anche per legge. Il nonluogo non discute, sussurra ordini ed informazioni. Mi parla con altoparlanti, mi vede con telecamere, comunica con segni, con personale o interfacce. Sistemi comunicanti che rimangono antiquati/legati ad un concetto di imposizione superiore e non come i più recenti sistemi operativi, i quali programmatori hanno ben capito l’importanza di creare un rapporto di scambio, l’importanza di umanizzare il rapporto, di creare legami.
Ti comunica che fare, dove andare, dove aspettare e quando… e se viaggiando il non sapere ti crea angoscia, credo che in quel caso, non si possa parlare di viaggio ma molto meglio di spostamento fisico.

“…L’Homo communicans trasmette o riceve informazioni e non dubita di quel che egli è; il viaggiatore ideale cerca di esistere, di formarsi, e non saprà mai veramente chi egli è o ciò che egli è.”
Marc Augé in “Rovine e macerie”.

È chiaro che la surmodernità stringendo gli spazi ha perso il gusto del viaggio, l’unico valore è il tempo o meglio la velocità (vedi “Rovine e macerie”, capitolo “Turismo e viaggio, paesaggio e scrittura” di Marc Augé).
Superate le biglietterie mi trovo al fianco della sala d’aspetto, uno spazio ricavato dalla architettura pre-esistente tramite una delimitazione mezzo grandi vetrate. Il vetro riflette l’esterno e lascia vedere l’interno. Ricordo di aver avuto l’impressione di guardare dei prigionieri, isolati ma visibili, presenti ma in vetrina. La solitudine in mostra.
Riguardo le foto e vedo che l’isolamento sembra quasi volontario, indotto. Questi esseri in vetrina così distanti da me, mettono in atto le più comuni tecniche di auto isolamento; si lasciano cuscinetti d’aria (posti a sedere) tra l’uno e l’altro, leggono, ascoltano musica, mangiano o “pastrocchiano” con il cellulare. Ma anche se non fanno nessuna di queste cose è il linguaggio del corpo a tradirli; sguardo basso, mani giunte, gambe incrociate e spalle strette.
Soli soli, o semplicemente/onestamente immagini di se stessi, individui.
Come scrive M. Augé nei suoi “nonluoghi” se “…Non c’è più analisi sociale che possa tralasciare gli individui, né analisi degli individui che possa ignorare gli spazi attraverso i quali essi transitano…” allora è facile capire la crescente importanza di quella che ho chiamato autoidentità (identità personale, singola). Una conferma importante alle mie tesi è da ricercarsi nel mondo della Public Art o dell’arte contemporanea in generale. Qui gli artisti hanno smesso da tempo nell’organizzarsi in movimenti, ognuno ha sviluppato un proprio linguaggio, una propria identità artistica autonoma. Andamento che a mio parere giova al mondo dell’arte proprio perché consente, anche nel confronto, una maggiore libertà, chiarezza ed onestà intellettuale. In definitiva solitudine generatrice di autoidentità.

martedì, gennaio 02, 2007

AUTOIDENTITA' - parte prima


INTRODUZIONE

“Ci sarà posto domani, o forse, malgrado l’apparente contraddizione dei termini, c’è già posto oggi per una etnologia della solitudine. “ Marc Augé

I nonluoghi teorizzati da Augé sono nuclei attrattori, generatori di solitudine e di similitudine. Spazi frutto ed espressione completa della surmodernità. Estremo polare di una retta ideale che li oppone ai luoghi.
Nel mio ambito di studio trovo interessante analizzare i rapporti umani, le relazioni sviluppabili in tale contesto. Partendo dall’ultimo paragrafo del libro “Nonluoghi” di Marc Augé, in cui l’autore, che continua a professarsi un inguaribile ottimista, si lascia andare ad una visione indiscutibilmente triste. Una etnologia della solitudine.
Già ora, l’uomo contemporaneo si muove in un contesto di completa disomogeneità, riscontrabile: negli spazi in cui vive, in cui si muove, nelle persone, negli oggetti e all’interno di tutte queste. Si potrebbe pensare, che proprio grazie alla contaminazione, all’avvicinarsi delle diversità, le etnie si rafforzino e le ormai fragili identità si ricostruiscano (testimone di questo fenomeno sono le attualissime e preoccupanti dimostrazioni di neo-nazionalismo). In parte sarà così.
I nonluoghi come scritto in precedenza costringono alla similitudine e al confronto delle identità, proprio grazie alla necessità di dimostrarla. Lasciandosi alle spalle l’identificazione si gode del proprio anonimato immergendosi lentamente nelle acque calde di un contenitore concepito apposta per dialogare in un unico modo con molteplici identità, diverse e non relazionali/bili. Sei parte del nulla. Parte di tutto.
Le identità “classiche” (nazione, origine, lingua, ceppo sociale, etc.) sono destinate a levigarsi, a mischiarsi, sbriciolarsi, fino ad apparire singolarmente o globalmente. Parti diverse di un mosaico chiamato “umanità”. Le barriere destinate a cadere lasceranno spazio ad ogni singola “pura” identità personale, “autoidentità”, autoreferenziale e citazionista delle proprie molteplici identità (prodotte dalla surmodernità) ormai fuse e perse nelle immagini di se stesse. Spazio al proprio essere in quanto tale e non più in quanto parte di. Autoidentità in cui vive una nuova etnia frutto di una fusione in senso letterale di quelle alterità definite come l’altro sociale e l’altro intimo (vedi Marc Augé “Nonluoghi” capitolo 1 “Il vicino e l’altrove”). In tale scenario appaiono chiari i presupposti per una etnologia della solitudine. Quindi:“Chi fa da se fa per tre”, “meglio soli cha mal accompagnati”, “chi va con lo zoppo impara a zoppicare” ma anche: “due teste sono meglio di una”, “l’unione fa la forza” e soprattutto “uno per tutti, tutti per uno”. Quello che mi accingo ad analizzare è quindi l’altro lato della medaglia, il retro della solitudine, le possibili conseguenze.

lunedì, dicembre 04, 2006

"L'ISIOTA" cercasi redazione!



Come anticipato alla festa ISIA (giochi da tavolo) sto cercando un buon numero di persone disposte a sbattersi per dare vita e mantenere in vita.... la redazione del "L'ISIOTA"
La mia idea è di creare un giornale... composto semplicemente da una pagina A3 (o A4) con pubblicazione settimanale (2 o 3 articoli + 1 editoriale) Per informare o stimolare l'isiota lettore... E' molto ben accetto l'eventuale interesse di qualche docente!
CHI E' INTERESSATO SI FACCIA VIVO!

giovedì, novembre 16, 2006

lunedì, novembre 13, 2006

un bel cazzo di errorone

Questo post è dedicato a Vico Magistretti che il 19 settembre 2006 a Milano ci ha lasciato.
Sono passati un bel po' di anni da quando mi interesso d'arte/design/etc etc... ma se mi fanno la fatidica domanda: cos'è l'arte? al contrario di molti altri non so rispondere.
Sono ormai 2 mesi che per la testa mi frulla una strana sensazione, molto strana. ARTE ARTE ARTE ummmm contemporanea ummmmm... Si sà che il Futurismo ha predicato bene e razzolato male (arte è vita! arte è vita! ma poi le solite tecniche come la pittura o la scultura...va bè)poi arriva il DADA con le sue "nuove" tecniche come lo straniamento/ready made... etc... poi pian piano! poi sempre più veloce, si susseguono una infinità di movimenti! fino ad ora... ma il dubbio persiste!
POI MI/VI CHIEDO: L'ARTE FA VERAMENTE PARTE DELLA VITA? ci ho pensato molto e la risposta è NO! cazzo NO! (i futuristi bruciavano i musei e poi ora dove li trovi?)
Quà c'è proprio un bel cazzo di errorone! In un precedente post molto discusso si invocava una sorta di rivoluzione culturale... be cari miei, se continuiamo così.
Tra l'arte e la gente (tutti intendo) c'è prorio un bel distacco... e il baraccone dell'arte non credo proprio abbia interesse a ricucirlo!
Ma poi l'arte sembra sempre di più design, il design sempre di più arte... chiaro! l'unico modo/veicolo di riscatto dell'arte è IL DESIGN! Certo, finchè l'arte non avrà le palle di confrontarsi con la massa... pensatici cari artisti! CIAO